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Dopo Brexit il mercato dei brevetti

sarà più difficile e costoso

 

È quanto sostenuto da Plants For Europe (PFE), agenzia indipendente che raggruppa i propagatori di piante con sede nell’East Sussex

 

In un articolo apparso su FloraCulture International, l’agenzia indipendente inglese Plants For Europe, che raggruppa gli ibridatori di piante, ha anticipato le probabili implicazioni di Brexit per i costitutori, sia britannici sia di altri Paesi, ma anche per i coltivatori, i rivenditori, i paesaggisti e i giardinieri.

La prima questione sollevata da Plants For Europe riguarda i diritti di brevetto concessi nel Regno Unito. Cosa succederà ora che il Paese ha scelto di lasciare l’UE? Un problema di non poco conto considerato che l’ambito di applicazione dei Plant Variety Rights europei (le privative per novità vegetali – NdR) è limitato al territorio degli Stati membri. Da quando sono stati introdotti la loro efficacia non è mai stata estesa alle nazioni che non appartengono all’Unione Europea. È, quindi ragionevole ritenere che ora i PVR UE non saranno più applicabili nel Regno Unito.

L’altro possibile problema scaturito da Brexit investe le varietà per cui le domande di brevetto sono in corso o devono essere ancora avanzate. Conti alla mano Plants For Europe dimostra che i coltivatori saranno costretti a sostenere costi superiori. Prendendo ad esempio una varietà di Petunia, si evince che tra quota di iscrizione e tasse il costo per una richiesta di brevetto nell’UE ammonta a 2.020 Euro, la stessa domanda nel Regno Unito 2.221 Euro. La differenza per la verità sarebbe annullata dal canone annuale previsto dall’UE, pari a 250 Euro. Resta però il fatto che un diritto di brevetto riconosciuto dall’UE offre la protezione in un mercato di 510 milioni di abitanti, quello acquisito in UK di soli 64 milioni.

 


 

APPROFONDIMENTO

Il sistema dei brevetti

per le novità vegetali in Europa

 

di Fiorenzo Gimelli

 

Le privative per novità vegetali che vengono concesse a partire dagli anni ’60 fanno riferimento al cosiddetto sistema UPOV, la Convenzione internazionale che ha istituito la privativa per novità vegetali, titolo speciale di protezione, che gli anglosassoni chiamano “plants breeders’ rights”.

Ad oggi questo sistema, che è partito nel 1961 da soli otto Paesi tutti europei (Germania, Belgio, Italia, Francia, Olanda, Danimarca, Svizzera e Regno Unito), si estende a 70 Paesi di tutti i continenti.

Un costitutore europeo di varietà vegetali oggi si trova sostanzialmente di fronte a due opzioni per tutelare le proprie novità: la privativa comunitaria oppure quella nazionale per nuove varietà vegetali. Entrambe queste strade si basano sui principi della Convenzione UPOV, che è stata approvata a Parigi nel 1961. L’UPOV è l’Unione internazionale per la protezione delle novità vegetali con sede a Ginevra ed è collegata all’OMPI (in inglese WIPO - World Intellectual Property Organization), una delle agenzie delle Nazioni Unite. La Convenzione è stata adottata il 2 dicembre 1961, poi successivamente modificata il 10 novembre 1972, il 23 ottobre 1978 ed il 9 marzo 1991 (Borrini, 2008).

La tutela varietale italiana ha valore solo sul territorio nazionale. Il nostro Paese ha stabilito le prime “Norme per la protezione delle nuove varietà vegetali” con il DPR n. 974/75 che ha recepito la Convenzione UPOV 1961. Con il D.Lgs. n. 455/98 l’Italia ha poi approvato le norme di adeguamento all’atto di revisione del 1991 della Convenzione UPOV. Tali norme si trovano oggi all’interno del “Codice della proprietà industriale”, approvato con il D.Lgs. n. 30/2005 e già modificato nel 2010 (Strazzulla, 2011). La privativa comunitaria é disciplinata dal regolamento (CE) n. 2100 del 27 luglio 1994 e consente di ottenere, con una procedura unificata, un titolo di protezione vali- do in tutti i 27 Paesi UE. È gestito dal CPVO (Community Plant Variety Office), con sede ad Angers (Francia). Le prove varietali (test DUS) sono affidate dal CPVO a stazioni dislocate nei diversi Stati membri. L’Unione Europea, unico organismo sovranazionale, è membro di UPOV dal 29 Luglio 2005 e aderisce all’atto 1991 in quanto tale (De Benedetti e Borrini, 1994; cpvo.europa.eu). Occorre dire che il sistema nazionale non funziona, è di fatto bloccato e soprattutto negli ultimi anni pochissimo utilizzato, se non per sbaglio, da costitutori poco informati (Gimelli, 2007, 2009, 2010, 2011).

 

[Tratto da: “Dobbiamo e possiamo crescere” di Fiorenzo Gimelli, Il Floricultore, Maggio 2012]

       

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