Oltre le barriere invisibili
Per avere città davvero accessibili occorre prestare attenzione anche alle barriere costituite da stimoli eccessivi, confusione percettiva e affaticamento cognitivo. La psicologia ambientale può guidare progettazioni neuroinclusive. L’Accademia Italiana di Biofilia spiega come nel nuovo appuntamento web con i nostri lettori

di Nicole Mamone
Psicologa specializzata in Psicopatologia dell’apprendimento
Socia Fondatrice Accademia Italiana di Biofilia (AIB)
Negli ultimi anni si parla sempre più di inclusività urbana. Ma come possono le città diventare davvero accessibili, se continuiamo a considerare solo le barriere visibili?
La psicologia ambientale, disciplina che studia la relazione tra persone e ambienti di vita, offre strumenti fondamentali per comprendere come le caratteristiche dello spazio influenzino il benessere cognitivo, emotivo e sensoriale. In questo contesto, la progettazione biofilica, basata su evidenze scientifiche, traduce tali principi in interventi concreti: integra elementi naturali, luce, materiali e forme che favoriscono l’equilibrio psicologico, la regolazione sensoriale e l’orientamento cognitivo.
Integrare la natura nella progettazione urbana significa anche rimuovere barriere invisibili, soprattutto per le persone neurodivergenti – barriere costituite da stimoli eccessivi, confusione percettiva e affaticamento cognitivo.

La biofilia come risposta ai bisogni del cervello umano
Le persone nello spettro autistico, con disturbi dell’attenzione o altre forme di neurodivergenza, vivono spesso l’ambiente urbano come un contesto amplificato e caotico: luci intense, rumori improvvisi, segnaletica incoerente, odori forti, affollamento. Tutti questi fattori possono generare sovraccarico sensoriale, riducendo la capacità di orientarsi e provocando ansia ambientale e perdita di controllo percettivo.
La natura, al contrario, possiede un potere innato di regolare e ristabilire l’equilibrio dei nostri sistemi sensoriali e cognitivi. Texture naturali, suoni ritmici e prevedibili (come l’acqua che scorre o il vento tra le foglie), spazi aperti ma contenuti aiutano il cervello a recuperare calma, concentrazione e senso di sicurezza.
Il biophilic design applica queste conoscenze per creare spazi urbani neuroaccomodanti, caratterizzati da:
● Materiali naturali e fonoassorbenti, per ridurre eco e rumore;
● Luce naturale diffusa, mai abbagliante;
● Percorsi leggibili, con punti di riferimento sensoriali (alberi, fontane, cromie coerenti);
● Microspazi verdi o zone di decompressione dove potersi fermare e riorientare.
Progettare con sensibilità biofilica significa rendere la città più chiara, calma e comprensibile per tutti – non solo per chi presenta una maggiore sensibilità agli stimoli, ma per ogni cittadino che desideri vivere in un ambiente più umano, accogliente e rigenerativo.

Il caso della Stazione di Bologna Centrale
Un luogo come la Stazione di Bologna Centrale, attraversato ogni giorno da migliaia di persone, è fisicamente accessibile – ascensori, rampe, percorsi tattili – ma cognitivamente complesso. Chiunque l’abbia attraversata conosce quella sensazione di disorientamento: segnali visivi incoerenti, luci fredde, eco costante, annunci sonori sovrapposti. Per una persona neurodivergente, questo ambiente può diventare fonte di forte stress e perdita di prevedibilità.
Immaginiamo invece la stessa stazione ripensata in chiave biofilica e neuroinclusiva:
● Superfici che assorbono il rumore, creando “bolle acustiche” più calme;
● Luce naturale filtrata e zone d’ombra rigeneranti;
● Segnaletica coerente e arricchita da pittogrammi;
● Spazi verdi interni con acqua e piante per una pausa sensoriale;
● Percorsi differenziati per chi preferisce ambienti meno stimolanti.
Un progetto di questo tipo faciliterebbe l’esperienza di chi è neurodivergente o ipersensibile, ma anche quella di chiunque viva la città quotidianamente, migliorando comfort, leggibilità e sicurezza percettiva.

Accessibilità cognitiva: la prossima frontiera dell’inclusione urbana
Quando si parla di accessibilità, il pensiero collettivo si concentra quasi sempre su quella fisica – rampe, ascensori, spazi ampi. Ma un ambiente può essere fisicamente percorribile e cognitivamente inaccessibile L’accessibilità cognitiva riguarda il grado in cui uno spazio può essere compreso, previsto e utilizzato in modo autonomo da persone con diversi profili cognitivi, sensoriali o comunicativi. Progettare con un’ottica neuroinclusiva significa interrogarsi non solo su come raggiungere un luogo, ma su come viverlo in modo chiaro, sicuro e coerente con i propri ritmi mentali.
Una città per tutte le menti
Il Comune di San Cesareo (RM) lo dimostra con il progetto Polis Up, che ha introdotto la Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) a livello urbano: segnaletica simbolica, mappe inclusive, parchi e scuole accessibili anche a chi ha bisogni comunicativi complessi. Il risultato è una comunità più empatica e coesa, dove la diversità cognitiva diventa un valore condiviso. La progettazione biofilica e neuroinclusiva non è un lusso estetico, ma una necessità etica e sociale. Gli ambienti che dialogano con la natura e con la diversità della mente umana favoriscono calma, attenzione, autonomia e senso di appartenenza.
Una città davvero inclusiva non chiede alla mente di adattarsi: si trasforma per accoglierla. Quando questo accade, la natura non è più solo un ornamento urbano, ma un diritto sensoriale e una forma concreta di giustizia ambientale.
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